

Assurdo. E’ un mese che qualsiasi fan NBA sul globo prova a rapportarsi alla situazione, e non riesce a proferire parola diversa nel significato da “assurdo”. Perché risulta difficile definire altrimenti il mese di Febbraio appena terminato da LeBron James. Vediamo di mettere ordine.
L’1 febbraio inizia il mese che l’NBA dedica (più del solito) al merchandising, consacrando alcune serate come Hardwood Classics Nights: le squadre prescelte indossano una jersey diversa dal solito, la cui grafica rende omaggio ad una famosa divisa del passato, che ritorna in vendita per l’occasione sfruttando l’innegabile fascino vintage. Tra le partite con cui viene inaugurata questa iniziativa, c’è Miami-Indiana. E gli Heat perdono. Sarà l’ultima sconfitta del mese.
Da lì, dodici vittorie filate, e contro un livello non sempre scarsissimo: tra le squadra battute Lakers, Clippers, Rockets, Bulls e soprattutto Thunder, nella Chesapeake Energy Arena di Oklahoma City, dove la squadra di Kevin Durant e Russell Westbrook, forse presa dalla troppa voglia di dimostrare di essere all’altezza, e di mandare un messaggio ai campioni in carica, ha finito per impattare contro un avversario che ha saputo approfittare di ogni loro debolezza.
Questo il contesto. Ma LeBron James? In queste tredici partite, LeBron ha messo a segno 29,7 punti, 7,8 assist e 7,5 rimbalzi. Poco? Ha tirato con il 64,1% dal campo, inclusa una striscia record di sei partite consecutive con almeno 30 punti e almeno il 60% dal campo. E per quelli che non sopportano i nerd delle statistiche (come si fa, nel 2013?), un invito a vedersi le partite. In cui il 3 volte MVP ha messo in campo un livello di dominio visto, spero di non esagerare, pochissime volte. Guardando le partite, ho avuto la netta sensazione di assistere a qualcosa di storico.
Ho pensato immediatamente ai Jordan Moments, quelli che ogni fan della palla a spicchi ha impressi nella memoria: il Flu Game, The Shot, i 63 punti al Garden, l’ultimo tiro contro Utah. Non è tempo di playoff, ma la vibrazione mi sembrava lo stesso, e le Hardwood Classics (che fra l’altro, nell’edizione dei Miami Heat somigliano terribilmente ad una divisa dei Chicago Bulls) e la striscia storica di 6 partite non erano altro che un pretesto per rendere tangibile, agli occhi di tutti, il mese di insensata pallacanestro regalato da LeBron.
A detta di moltissimi analyst NBA, stiamo parlando di un livello di efficienza e di dominio che anche le statistiche fanno fatica a catturare: James ha tirato con l’80% al ferro (su più di cento tentativi), e ha stabilito un proprio record personale con un PER (Player Efficiency Rating) di 37,33. Numeri disumani, davvero distanti dalla realtà, e basti pensare che LeBron sta rendendo difficile a persone diverse da Kevin Durant (il quale sta avendo una stagione da 60-40-90, non dimentichiamolo) entrare nella discussione per il premio di MVP.

Ci sono tanti motivi per cui sono contento che LeBron James abbia vinto il titolo. Il principale è il fatto che quella vittoria abbia legittimato (agli occhi di tutti, hater compresi) la grandezza della sua carriera, rendendo a tutti possibile godere dei suoi successi senza domandarsi se James sia o meno un “perdente di successo”. Spero, mi auguro, che dopo le scorse Finals, e tutto quello che è successo da allora, anche il più accanito detrattore dell’ex giocatore dei Cleveland Cavaliers possa realizzare, e quindi non detestare, di star assistendo a qualcosa di storico.
LBJ è un giocatore che è entrato nella NBA dalla porta principale. Dopo aver fatto registrare dati televisivi mai visti per le partite della sua St. Vincent/St. Mary High School, è arrivato ai professionisti senza passare dal college, con tatuata sulle spalle una scritta che fino a pochi mesi fa sapeva di beffa: “The Chosen One”, “Il Prescelto”. Ed il destino ci ha messo un po’ a chiamare, ma finalmente siamo pronti per assistere al dipanarsi del filo della carriera di LeBron James in tutto il suo dominio, un dominio che questa lega non vedeva da tanto tempo.
Kendrick Lamar - Poetic Justice (Live @ Late Show with David Letterman)
DRPLUS52 - Mobius Mirror (Mugen)
Emilia Clarke’s GQ Photo Shoot 2013
(via nipresa)
Ieri ho votato per la mia prima volta. Non ci sono andato con l’intenzione, la pretesa o la speranza di “cambiare le cose”. Non ho l’arroganza di fare il disilluso a diciannove anni: banalmente, non ho le credenziali per farlo, non avendoci ancora sbattuto la faccia di persona. Non dirò che “si respirava un’aria nuova”, anche se l’atmosfera era piacevole (tornare nella mia vecchia scuola elementare, nel frattempo tutta rimessa a nuovo, ha contribuito), e penso sempre che voglio più bene a chi si prende la briga di votare e di decidere che a quelli che preferiscono l’astensione o la scheda nulla, per tutte le ragioni nobili che volete.
Questa campagna elettorale mi ha insegnato ad apprezzare il silenzio. In coda dal dottore, in università con compagni che conosci poco, persino in famiglia si finisce sempre a parlare degli argomenti di cui parlano un po’ tutti. E nessun argomento è più pervasivo della politica. Non c’è Masterchef, Papa dimissionario o derby calcistico che tenga. Con i social network, tutti si sentono non solo legittimati ma addirittura tenuti ad esprimere l’opinione su un sacco di cose (senza che questo implichi l’aver davvero qualcosa da dire). E quindi è impossibile sfuggire agli astensionisti che “tanto sono tutti uguali”, ai rivoluzionari che “LI MANDIAMO TUTTI A CASAH!”, a quelli che non possono farsi sfuggire l’occasione di fare battute stanche, tristi. In tempi di opinioni omologate ad uno standard (che non va inteso come imposto dall’alto. Non sono sempre i poteri forti, come ci piace tanto credere, a pilotare il nostro modo di pensare. Siamo noi, da soli), è facile che in tanti scrivano sempre le stesse cose, senza alcuno spunto interessante o degno di nota.
Non voglio sostenere che esistano elettori di Serie A e di Serie B. Non voglio nemmeno predicare che dovrebbero parlare solo quelli che “sanno”. Ma delle cento mila volte al giorno in cui ci viene in mente qualcosa da esprimere, è altamente probabile che molti di questi pensieri siano superflui, ovvi. E’ utile, ogni tanto, fermarsi, respirare, e decidere che quel pensiero val la pena di vederlo arrivare, considerarlo, e lasciarlo passare. Solo così, mi viene da pensare, possiamo ancora riuscire a dare un peso alle parole, dette e scritte.
Inevitabilmente, finisco per rispettare infinitamente di più chi, al di là del votare e del poter sostenere la propria scelta con un’argomentazione sensata, è in grado di non farne una questione di tifo da stadio. Di appartenenza, di “noi contro VOI”, di “voi non capite un cazzo”, di “vi state facendo fottere un’altra volta”. Ogni persona che riesce ad avere una propria convinzione su una cosa così; ogni persona che questa convinzione riesca ad esprimersela in maniera pacata, ma che all’occorrenza possa anche non parlarne, e avere il buon senso di tenerselo per sè. Ogni persona così, per me, sta realmente facendo del bene. Sarà misticismo, ma QUESTE sono le rivoluzioni a cui posso credere e aderire con tranquillità. Non rivoluzioni Ad Personam. Ma rivoluzioni personali.
“Se la rivoluzione è personale e silenziosa trova il tempo per rischiare
perchè l’educazione della gente è il solo modo per cambiare
tutto quello che per te è speciale, e per gli altri è normale”
And the Oscar goes to Jennifer Lawrence!
(Source: jenniferlawrencedaily, via caffelattepercena)